IL SENSO DEI NUMERI: DA 1 A 7 di Antonio Turco

Pubblichiamo queste riflessioni del nostro socio Antonio Turco; le sue riflessioni
e le sue emozioni sul senso e la “storia” dei numeri, dalla loro simbologia al loro
“influenza” negli uomini per superstizione, per consuetudine, per credenze più o
meno realistiche.
Ci piace a noi di Orizzonti Etici, dare libero spazio ai pensieri, far volare la
fantasia, provocare il confronto nel rispetto della libertà di pensiero, libertà che
oggi grazie al covid19, abbiamo tutti un po’ perso, stiamo tutti agli arresti
domiciliari, in fondo ma noi abbiamo queste limitazioni, per rimanere vivi e non ci
soffermiamo mai a pensare cosa vuol dire, perdere la libertà per un motivo
qualsiasi, ora siamo costretti ad apprezzarne il profondo significato !
Daremo vita alla seconda edizione del nostro concorso letterario e sarà proprio
l’avvento del 11 marzo 2020 il vostro tema: emozioni – paure – speranze – dolore
– fiducia – amore e tutto ciò che questa esperienza vi avrà lasciato nel cuore e
nella mente e chissà se vi avrà arricchito.
Ringrazio, Antonio Turco per averci donato queste sue riflessioni, del tutto
personali e frutto della sua profonda esperienza di “educatore”.
Rita Brandi
IL SENSO DEI NUMERI: DAL 7 AL 11
L’11 settembre 2001 per molti antiamericani, non solo tra i musulmani, è una data
da ricordare perché l’attacco alle Torri gemelle ha dimostrato che gli imbattibili
USA potevano essere feriti a casa loro.
Sulla imbattibilità degli USA ci sarebbe da obiettare che hanno perso, come i
francesi, in Corea; che sono stati buttati fuori a calci dal popolo vietnamita; che
hanno mandato molti loro figli, ovviamente moltissimi di colore, in Afghanistan, in
Irak, in Kosovo, a morire, tra il disprezzo e l’odio dei popoli che dovevano liberare. Che Quantanamo non è né una prigione, né un lager, ma “il conclave dei diritti umani calpestati”.
L’azione militare USA, il loro divino diritto a stabilire chi deve morire e chi no (un po’ come fecero prima Maurizio Abatino e poi Renatino De Pedis, ai tempi della Banda della Magliana; ma in genere come fanno, fatto e fanno tutti gli imperatori), rende persino degno di essere visto come un martire, un macellaio come Gheddafi.
I numeri sono espressione di simbologia.
Per il cristianesimo il 7 è il numero perfetto.
Secondo diverse culture antiche il numero 7 simboleggiava la perfezione, la completezza. Ci basti pensare alle sette piaghe d’Egitto, ai sette bracci del candelabro ebraico Menorah, ma anche ai sette attributi fondamentali di Allah (vita, conoscenza, potenza, volontà, udito, vista e parola), ai sette Dei della felicità del buddhismo e dello shintoismo, solo per citare alcuni esempi.
Anche il Cattolicesimo ha fatto proprio il numero sette, riconoscendone la potente simbologia. Esso è il numero divino per eccellenza, perché ricorda il riposo di Dio dopo la Creazione. Così sette sono i sacramenti (Battesimo, Cresima, Eucaristia, Penitenza, Estrema Unzione, Ordinazione, Matrimonio), sette i doni dello Spirito Santo (sapienza, intelletto, consiglio, fortezza, scienza, pietà e timor di Dio), sette i dolori di Maria, e così via.
Perfino nell’Apocalisse di Giovanni si legge di 7 Sigilli spezzati, 7 trombe suonate da 7 Angeli, 7 Portenti e 7 Coppe dell’ira di Dio.
In questo contesto simbolico, il fatto che esistano sette virtù (3 teologali, ovvero fede, speranza, carità, e 4 cardinali, ovvero giustizia, temperanza, prudenza, fortezza) e sette vizi capitali non è certo un caso.
Ma se il 7 (per me è il numero di George Best o di Garrinche, le più forti ali destre di tutti i tempi, o di Gigi Meroni, il mio idolo da ragazzino, perché, come me, era innamorato della palla) è la dimensione delle dottrine, da oggi l’11 sarà il
“numero della umanità sconfitta”. (per me, in termini calcistici, è il numero di Giggirriva …)
11 marzo 2020: la data con cui un virus ha messo in ginocchio l’economia mondiale. Questo più di ogni altra cosa. Restare a casa, sentirsi carcerati, non potere eseguire la maggior parte dei gesti quotidiani, il recuperare una dimensione di pace e tranquillità, l’essere costretti a pensare: tutto questo viene dopo. Perché chiunque tenti di dare un senso positivo alla “pandemia” dovrà fare i conti, come tutti, con l’inasprirsi delle condizioni economiche di molti paesi occidentali(noi per primi) successivamente alla “circoscrizione del danno” che sarà sancito (ci si augura a breve- e sarà in ogni caso così, perché il Corona Virus, come la Stars, l’AIDS etc…., scomparirà presto nel nulla, perché l’economia deve ripartire… ad ogni costo).
Allora quale è la morale da cui trarre insegnamento, nel considerare la portata relazionale di quanto sta accadendo?
Certamente non può essere quella di “considerarci tutti più buoni, perché, come dicono i napulitani, “pure a te ca sì putente, ccu i sordi nun s’accatta proprio niente”.
Esiste una parola che rappresenta la soluzione collettiva al generale “mal di vivere”: si chiama “Solidarietà”.
Una parola che dovrebbe trovare il suo esercizio costante nella quotidianità.
Una parola che dovrebbe tradursi in una materia da insegnare a scuola. In un “virus” (quello sì) da iniettare con il latte materno.
Senza se e senza ma.
P.S.: oggi esiste una nuova dottrina sociale (non è né giuridica, né sociosanitaria): si chiama “Giustizia riparativa”. Ha come unico obiettivo “quello di rimettere le cose al loro posto”, favorendo la dissoluzione di quello che è il principale problema umano: l’odio.
Facendo recuperare dignità al ruolo della vittima, cui sostanzialmente lo Stato toglie la possibilità di interpretare l’evento, con l’ottica primaria di “recuperare il rapporto tra chi il reato lo ha commesso e chi il reato lo ha subito”. Il carcere non
è la unica soluzione, né la unica risposta sociale da offrire alla umanità che sbaglia.
Forse se la” solidarietà” funzionasse in ogni momento tentando di dare risposte univoche ai bisogni primari collettivi, non ci sarebbe bisogno di carceri e prigioni. Anche quelle in cui sono rinchiusi i nostri sentimenti…
di Antonio Turco

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