da parte della collega ed amica Avv. Francesca Lex pubblico con piacere

 

GLI AVVOCATI E LA MODERNITÀ’

Il corona virus ci ha costretto ad “ammodernarci”.

In un tempo in cui non ci si può più incontrare con gli altri, per lavorare, per riunirsi la domenica a pranzo, per fare quattro chiacchiere con gli amici, era inevitabile usare l’unico mezzo di comunicazione esterna che ci è rimasto, e che oggi ci è dato grazie alle moderne tecnologie: internet, questo sconosciuto.

Ed ecco che tutti ricorriamo alle piattaforme cd. “digitali” per sentirci più uniti, per crearci un palliativo di collettività, per rimanere sempre connessi al mondo; persino gli aperitivi si fanno ora in maniera virtuale: basta un collegamento via chat di gruppo, e tutti, alzando il proprio bicchiere davanti al telefonino o alla webcam, si creano l’illusione di aver avuto quella piccola porzione di socialità di cui prima godevano in maniera “analogica”.

Il mondo del lavoro si è altrettanto dovuto inventare un’evoluzione del “telelavoro”: lo smart working, il suo successore, ti consente di svolgere il tuo lavoro ovunque e senza condizioni, e non a caso viene definito “intelligente”, perché ti agevola la suddivisione dei tuoi tempi e dei tuoi spazi in un modo meno dispersivo e più fruttuoso (vuoi mettere tutto il tempo risparmiato fra spostamenti e organizzazione fuori casa…non devi neanche perdere tempo a vestirti bene, puoi anche spedire business planning e progetti di alta finanza in pigiama…).

Così come ha dovuto rigenerarsi l’istruzione, con i ragazzi, loro sì molto avanti, che di colpo si sono ritrovati una mattina a vedere il proprio insegnante e i propri compagni di classe in un monitor, cosa forse un po’ asettica ma certamente più accettabile se contrapposta alle alzatacce mattutine ed alle corse senza fiato dietro ai pulmini puntuali.

Gli unici che ancora stentano a fare il grande passo nel mondo digitale sono gli avvocati.

Certo la tecnologia ha viaggiato molto più in fretta delle nostre aspettative, e anche chi ha iniziato ad esercitare la professione con un pc, mai si sarebbe aspettato che in pochissimo tempo non avrebbe più fatto code agli sportelli per depositare un atto o ricevere una comunicazione di cancelleria.

Chi addirittura ritorna con la memoria alla vecchia Olivetti, o anche alle sue versioni meno antidiluviane con tanto di display per dare una parvenza elettronica, pensava di aver ormai toccato il fondo dell’imprevedibile con i primi invii telematici.

Ricordo lo sgomento con il quale ci comunicarono che entrava in vigore il cd “processo telematico”, una novità stravolgente per una categoria composta da generazioni eterogenee, ma per la maggior parte anagraficamente attempate: esclusi quelli della classe ’80, già avvezzi dalle medie ad usare il computer, o addirittura i “ragazzi” degli anni ’90 che hanno iniziato dalle elementari, i più hanno faticato molto a passare dalla scrittura su nastro a quella su video, figuriamoci a digerire la trasmissione di un atto al Giudice o ai difensori delle controparti senza vederne fisicamente il percorso e le sorti.

Quando si iniziava ad apprezzare l’oggettiva comodità di scrivere una lettera elettronica invece di litigare con l’apparecchio telefonico ogni volta che si doveva spedire un fax, ci riconoscevano addirittura la certificazione del ricevimento della missiva con la pec, la posta elettronica certificata, e con un piccolo balzo in avanti arrivavamo al processo telematico, guazzabuglio di incroci a reti unificate che ci permetteva di creare e consultare un fascicolo senza andare fisicamente in Tribunale.

E oggi, ai tempi dell’epidemia, dopo che i più pigri, o i più impacciati, per sopraggiunti limiti di età o ritrosie genetiche, hanno attrezzato pletore di segretarie, figli, cugini, nipoti e amici, più o meno accondiscendenti e pratici, per sopperire alle loro naturali manchevolezze informatiche pensando di aver raggiunto il traguardo, arriva finalmente l’udienza da remoto.

I telefoni dei consulenti informatici sono impazziti; nella recondita speranza che l’intera macchina della giustizia rimanesse congelata fino al prossimo settembre pur di non affrontare il mostro della videoconferenza, il panico ci ha colto ferocemente dopo la notifica della prima ordinanza che disponeva il collegamento via web, ordinandoci addirittura anche la presenza delle parti, per celebrare l’udienza.

Se ne parlava già da un po’; i rispettivi ordini avevano in qualche caso (raro, per il vero) fornito già qualche istruzione; i più organizzati e futuristici stavano predisponendo micro corsi di formazione, o schede informative, per farci prendere confidenza con i collegamenti “invisibili”, via Internet.

Nessuno si aspettava però che accadesse così brutalmente; pensavamo che tutto sarebbe avvenuto in maniera un po’ più graduale, o almeno ci speravamo, come già era successo quando dalla facoltà siamo passati all’obbligo dei depositi in via telematica.

Nessuno immaginava che così, da un giorno all’altro, senza aver fatto alcuna prova sperimentale  (tanto per rompere il ghiaccio), senza aver prima tentato degli approcci o degli ammiccamenti, gli eventi ci scaraventassero di fronte alla cruda verità: in Tribunale non si può più andare, i Giudici hanno paura di infettarsi, il distanziamento sociale non è fattibile, le precauzioni non sono mai abbastanza, far muovere avvocati, parti, Giudici e cancellieri è pericoloso.

Perciò, visto che i mezzi ce lo consentono, ci vediamo via etere, e non usciamo di casa, e nello stesso tempo paghiamo il prezzo delle nostre avversioni a consolidare una regola che doveva essere già stata scritta da tempo nei nostri libri sacri.

Perché infatti il nostro ordinamento non aveva già eliminato prima, quando i mezzi erano già in uso da tempo, la necessità di un incontro “fisico” ogniqualvolta non vi fosse nulla di sostanzialmente importante da discutere? Perché ad esempio non aver già eliminato la semplice comparizione delle parti per adempiere alla mera formalità del tentativo di conciliazione quando è chiaro ed evidente a tutti, anche al Giudice, che nessuna volontà può esservi in due soggetti che continuano a scannarsi anche davanti ai loro rispettivi avvocati (che a volte li aiutano persino…)? Perché continuare a vedersi davanti al Giudice solo per confermare le deduzioni e conclusioni come da scritti? Ed infine perché non dare già disposizioni per incontri, udienze comprese, da remoto, non solo per contribuire ad alleggerire l’inquinamento ambientale, ma per risparmiare tempo, energie, danaro e fatiche varie a chi, seppur suo malgrado, aveva già iniziato a prendere un po’ di dimestichezza con le cose virtuali?

I più tradizionalisti, o garantisti, si sono scandalizzati e subito hanno pensato ad una generale lesione di diritti: la privacy, la giustizia certa, attenta, imparziale, la difesa leale, la possibilità di far valere le proprie singole ragioni (anche quelle che tali non sono…); alcuni si sono spinti oltre, ipotizzando che durante un collegamento all’interno delle mura domestiche, ciascuno in sottofondo, di nascosto dalla webcam, possa pensare sacrosantamente ai fatti suoi, negando quindi sostanzialmente ciascuno di questi diritti; altri molto più infantilmente rimpiangono le chiacchierate con i colleghi nel bar davanti al Tribunale o le passeggiate sotto i portici a primavera.

Siamo tutti social, abbiamo tutti uno smartphone su cui scarichiamo le app più fantasiose, siamo tutti pronti a fare kilometriche conversazioni di gruppo nelle varie chat, abbiamo insegnato anche ai nostri nonni a fare le videochiamate per sostituire quell’ abbraccio che prima del coronavirus davano ai loro nipoti insieme alla paghetta settimanale, ma appena ci hanno comunicato che nel prossimo futuro (non si sa fino a quando, forse per sempre…) i Giudici terranno udienza in videoconferenza un lampo di terrore ha attraversato i nostri sguardi.

Ci è sembrato uno tsunami; senza renderci conto che il vero mutamento di costumi nel modo di esercitare la nostra professione l’abbiamo già vissuto, e forse anche già superato conseguendone assuefazione.

A pensarci bene infatti, i tempi sono già cambiati tanto e per tutte le categorie; per rimanere fra i togati, escludendo però i magistrati, che, in virtù della superiorità sociale che hanno acquisito con il loro potere decisionale, non sono stati attinti da questa svolta epocale, l’evoluzione della specie ha già prodotto un’enorme rivoluzione proprio grazie alla rete.

E non nella scontata possibilità di interconnetterci con tutto il mondo, che già di per sé è stato ovviamente uno scossone di portata biblica.

Ciò che ci ha riguardato più nello specifico è il cambiamento che ha subito la considerazione del nostro lavoro.

Sono assai lontani infatti i tempi in cui il cliente si rivolgeva all’ avvocato con una sorta di timore reverenziale, e spesso, pur non avendo compreso un bel niente di ciò che gli veniva spiegato, si abbandonava con fiducia alla scelte del suo legale solo perché era “l’avvocato”.

Già da oltre un decennio abbiamo cambiato anche il verbo con cui spieghiamo il nostro lavoro; da “sono” un avvocato siamo passati a “faccio” l’avvocato, segno che ormai inconsapevolmente ci siamo abituati alla condizione di mestierante che la società ci ha assegnato, e, pur continuando a professare prestigio e gloria nella toga, in cuor nostro spesso ci domandiamo “chi ce l’ha fatto fare” (soprattutto quando nel paragone fra la nostra parcella e la fattura dell’idraulico ne usciamo umiliati…).

Quello su cui non ci siamo soffermati abbastanza è che in parte (forse la maggiore, o forse no…) la nostra discesa agli inferi è proprio dovuta ad Internet: il cliente di oggi, non solo comunque più acculturato per aver compiuto di suo gli studi fino alle superiori, oggi ha a disposizione un mezzo magnifico per conseguire la laurea in giurisprudenza in pochi minuti e trovare immediatamente la soluzione al suo caso; sono ormai quotidiani i casi di potenziali clienti che dopo averti chiamato, e magari trattenuto a telefono una buona mezz’ora, prima ti fanno la premessa di quella che secondo loro è la procedura applicabile al loro caso e poi, passando dalla formula “affermazione” alla formula “domanda”, ti lasciano la parola per cercare conferme in quello che saccentemente è ormai la loro verità assoluta; naturalmente, quando gli spieghi che la cosa funziona diversamente, e che per il tuo intervento è previsto un onorario, li hai persi fulmineamente.

Quindi quel molosso di internet, a cui tutti ci affidiamo per ogni cosa, dalla ricetta della pasta alle sarde alle cura delle malattie genetiche, ci ha già sconvolto l’esistenza professionale, ma noi, cum magna benevolentia, l’abbiamo perdonato riconoscendogli il grande merito di aver saputo trasformare una casalinga in un interior designer, un muratore in un ingegnere, un avvocato in un medico, un geometra in un astronauta.

E’ stata questa la vera rivoluzione!

In fondo celebrare un’udienza da remoto è come fare una videochiamata con il gruppo di whatspp; se non siamo rabbrividiti all’idea di sostituire il sapere con l’informazione fai da te, non ci potrà spaventare il pensiero di sostituire la stretta di mano al Giudice con un clic.

Avv. Francesca Lex

Grazie Francesca !

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